Anatomia (o, se preferite, vivisezione) di una sardina

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Che tipo di “pesci” sono le sardine? Ed è vero che il loro movimento di gruppo è un fenomeno spontaneo? Sarebbe molto bello, ma non è così. Chi ha ideato questo nuovo gioco collettivo non ha fatto altro che proporre a tutti di travestirsi ritualmente, come facevamo un tempo nello stadio tribale della nostra civiltà, per acquisire i poteri di un particolare animale, in questo caso per acquisire quella “intelligenza collettiva” che i biologi attribuiscono ai clupeidi (come del resto a gran parte degli attinopterigi), ma che noi siamo ben lontani da avere. In realtà, siamo e restiamo mammiferi e fra noi c’è sempre un capo branco che sceglie e innesca i comportamenti del gruppo.

Mattia Santori, leader e fondatore del movimento, lavora come ricercatore junior per la RIE – Ricerche Industriali ed Energetiche, una società privata indipendente che opera nel mondo dell’energia attraverso attività di consulenza, ricerca, formazione e informazione. Come riporta il sito web della Società: “Fondata a Bologna nel 1983, Rie dispone di una profonda esperienza e conoscenza dei mercati energetici e ambientali nelle loro differenti accezioni economiche, normative e politiche. Un expertise affermato e riconosciuto a livello nazionale che rende Rie interlocutore ideale per un’ampia varietà di attori tra cui: Aziende private; Istituzioni, Autorità di Regolazione ed Enti Pubblici; Banche e Fondi d’Investimento; Associazioni di Categoria; Agenzie Giornalistiche e Riviste Specializzate. Grazie alle sue continue attività di analisi, monitoraggio e previsione dei prezzi, Rie è in grado di fornire un flusso informativo-analitico a supporto di politiche pubbliche, strategie e decisioni aziendali. A tal fine, la Rie si avvale del know-how del suo gruppo interno di ricercatori e dell’eventuale contributo esterno di un solido network di esperti provenienti dal mondo accademico, industriale e professionale. Un bacino flessibile di professionisti ed esperti del settore, modellabile attorno alle particolari esigenze del Cliente.” La RIE è stata fondata da Alberto Clô, che ci ha infilato dentro altri tre parenti (ma siamo nel privato dove tutto è lecito, per carità). Clô è Professore Ordinario in Economia Applicata, Facoltà di Economia presso l’Università di Bologna, dove tiene corsi di “Economia Industriale” ed “Economia dei Servizi Pubblici”. Nel 1980 ha fondato, con il Prof. Romano Prodi, la Rivista «Energia» (di cui dal 1984 è Direttore Responsabile). Nel 1995-1996 è stato Ministro dell’Industria e ad interim del Commercio con l’Estero del Governo della Repubblica Italiana presieduto dal Dr. Lamberto Dini e Presidente del Consiglio dei Ministri dell’Industria e dell’Energia dell’Unione Europea nel I Semestre 1996 di Presidenza Italiana.

Cosa fa il giovane Mattia nell’azienda di Clô? La breve biografia sul sito aziendale riassume così le sue competenze: “Analista di politiche energetiche e infrastrutturali. Si occupa di osservare le evidenze economico-scientifiche in chiave di sostenibilità ambientale e sociale, con particolare riguardo ai processi di partecipazione ed inclusione nelle politiche pubbliche. A tal fine monitora con costanza le argomentazioni che alimentano il dibattito energetico globale e gli attori che le esprimono: compagnie energetiche, comunità locali, istituzioni”. Dunque, un analista della comunicazione che si presta ad attività di lobbying per orientare l’opinione pubblica e i decision maker nel campo delle politiche energetiche. Una specializzazione in cui sembra ormai sufficientemente stagionato, essendo stato uno degli autori del mitico manifesto “Coesistenza tra Idrocarburi e Agricoltura, Pesca e Turismo in Italia”, scritto con i petrolieri di Assomineraria per sdoganare le trivelle in Italia, come riporta il sito Comedonchisciotte.org. Manifesto che gli abruzzesi conoscono bene poiché nella lotta contro il megaprogetto petrolifero Ombrina “la Confindustria locale lo usò a piene mani per sostenere la compatibilità dell’intervento che avrebbe reso l’Abruzzo nero petrolio”. Ma il curriculum di influencer del finto giovane ha al suo attivo alcune perle, articoli come “Sblocca Italia e trivellazioni. Novità, rivendicazioni, dati di fatto” oppure “Non solo Nimby, in Basilicata c’è chi dice sì”, che da soli danno un’idea di quanto poco chiaro sia l’idealismo ambientalista attribuito al nostro.

Per fortuna, anche i lobbysti, che normalmente agiscono nell’ombra, a volte inciampano e si comportano come pesci fuor d’acqua quando si tratta di lanciare un messaggio diretto, above the line (per così dire, sopra il pelo dell’acqua, ovvero sopra la linea di visibilità che separa l’attività dei lobbysti da quella dei pubblicitari). E questo non può sfuggire a chi viene dalla vecchia scuola, quella della “verità detta bene”, ovvero dell’etica del “convincimento leale”, che è ben altra cosa rispetto alla persuasione. Ma per capire meglio a quale di questi due generi appartenga la nostra sardina, vale la pena di portarla in laboratorio e sfilettare il suo discorso.

Intervistato da Formigli su La7, il 21 novembre scorso, Santori si rivolge direttamente a Salvini dicendo: «Abbiamo imparato a fare il tuo lavoro in 6 giorni…»

Il capo-sardina si riferisce qui al lavoro della politica, o più precisamente all’attività di radunare le masse: vuole far intendere che non occorra poi così tanto per farlo, in fondo per i ragazzi è stato un gioco. L’argomentazione fallace consiste nel mettere il movimento delle sardine sullo stesso piano delle adunate in piazza di Salvini, facendo intendere che tutto quello che fa la Lega non sia in fondo molto più di un flashmob, ciò che i ragazzi possono fare in quattro e quattr’otto. Qui, nel desiderio di sminuire l’avversario politico, si arriva ad un paragone forzato da due modelli retorici di fondo che si chiamano paradosso e iperbole. Il paradosso consiste nel ridurre tutto quello che fa Salvini a raduni di piazza mentre in realtà la Lega fa principalmente lavoro di sezione come tanti altri partiti, e l’iperbole consiste nell’affermare che le sardine ci abbiano messo solo sei giorni per fare la stessa cosa che Salvini fa da mesi. Ma qui i due modelli sono concatenati fra loro e danno vita ad una figura retorica che di fatto è un’iperbole travestita da paradosso e si chiama adynaton.

«…prova a fare il nostro lavoro, prova a stare in una classe di 25 bambini grande come un salotto… i… in una palestra grande come un salotto… stare con otto bambini disabili e insegnare il basket o a stare a scuola impegnandosi per i diritti, o facendo i lavoretti che fa Lorenzo… cioè questa è l’Italia reale,»

Qui Santori inciampa nel raccontare le condizioni in cui lavora quando fa volontariato (a tempo perso insegna atletica, frisbee e basket a diverse classi di bambini e disabili) e nel tentativo di rafforzare l’iperbole (un’aula di 25 bambini grande come un salotto… ah no, era la palestra!) calca un po’ la mano e nel finale l’esagerazione sembra estendersi a tutta Italia con una traslazione dal particolare al generale. Quando i casi elencati vengono inscritti nella definizione di “Italia reale” si sfiora una fallacia detta compositio, che consiste nell’affermare che ciò che è valido per una parte sia valido per il tutto. È falso. Ma poi un’aula è un’aula e una palestra è una palestra. Nell’Italia reale si possono anche trovare classi di 25 bambini in una stanza “grande come un salotto”, ma è tecnicamente impossibile che ci siano palestre delle stesse esigue dimensioni. In tutta l’Italia, per giunta. Qui la voglia di esagerare porta dritti dritti a una fallacia nota come enfasi, fondata sull’ambiguità del contesto (qual è l’Italia reale? Coincide con tutta l’Italia oppure solo una parte?). Il tono di sfida si riaggancia alla premessa per cui l’avversario politico si diverte mentre i giovani italiani si fanno il mazzo tutti i giorni addirittura col volontariato (come dire: “quello che tu non fai lo facciamo noi nelle peggiori condizioni, e perfino gratis!”). Ma la metafora scolastica non funziona perché la scuola italiana è ridotta male da molto tempo, almeno dal periodo berlusconiano, e Salvini c’entra poco.

«Per questo che la gente, lo dico con emozione, per questo che la gente si emoziona e si appassiona a questa storia incredibile, è per questo che la gente scende in piazza,»

“Lo dico con emozione” introduce il passaggio più “emozionante” di questo discorso, in cui si afferma che la gente si emoziona per le sardine. Cosa che di riflesso fa emozionare perfino a posteriori il comunicatore, come può capitare (ma non sempre) a chi crea strategie di comunicazione. Invece, vedendo la gente che si emoziona, anche il capo-sardina si emoziona. E vien fatto di pensare che in realtà si sia emozionato per tutt’altro, e cioè per il primo risultato tangibile nella sua carriera di persuasore occulto (ce l’abbiamo fatta, ci hanno creduto!), perché normalmente in comunicazione è raro poter verificare o tantomeno misurare i risultati di un’azione.

«Perché, senza che noi abbiamo fatto niente, abbiamo semplicemente detto: questa è la realtà, ci restituite una politica altrettanto seria… per favore?»

Il messaggio è: “La realtà in cui viviamo è seria, noi siamo seri, voi non siete seri”. Noi che a scuola ci impegniamo per i diritti, noi che ci sbattiamo per fare i lavoretti (quelli che fa Lorenzo, cit.), ecc. Il “per favore” è la ciliegina sulla torta. La sfida viene spostata sul terreno del bon ton con cui la sinistra vorrebbe smorzare oggi lo scontro politico avendo fatto propria la retorica del “Mi consenta” berlusconiano e trasformandola in manifesti contro le parole “ostili” e contro gli odiatori, quando proprio la sinistra è riuscita a farsi odiare prima di tutto da sé stessa, dalle persone di sinistra che poi hanno portato i loro voti alla Lega e al Movimento 5 Stelle, quando è ben altra la violenza che passa attraverso i provvedimenti di legge di chi sale al governo animato da spirito di rivalsa, e soprattutto quando la guerra di religione tra diverse  fedi politiche impedisce ai cittadini di entrare nel merito delle questioni e di comprendere razionalmente quali siano le soluzioni più giuste per il futuro del Paese.

Questo intervento, infarcito di una retorica maldestra, ha però un potente fulcro in un’argomentazione fallace che forse è sfuggita a tutti, e proprio per questo ha fatto efficacemente il suo lavoro. Si chiama entimema, ed è un tipo particolare di sillogismo in cui si tace una delle premesse. Aristotele, nella Retorica, sottolinea come l’entimema, avendo la forma (ma solo la forma) del sillogismo tragga facilmente in inganno, sicché non è utile per dimostrare bensì per persuadere. Nel nostro caso funziona più o meno così: 1) Premessa apparente: io sono un giovane serio e, come tutti i giovani seri (dell’Italia reale), mi arrangio a fare lavoretti e mi impegno nel volontariato; 2) Omissione dell’antecedente: io in realtà non sono affatto un precario, lavoro come influencer (o meglio lobbysta) presso una società, e sono un professionista della comunicazione (ma a voi questo non deve interessare e quindi si può omettere, N.d.R.); 3) Conseguente: quindi sono più serio di voi politici. Per questo sono sceso in piazza con i miei simili: perché pretendo una politica seria. Ovviamente, se ciò che è stato omesso fosse stato invece affermato, l’argomentazione non avrebbe avuto la stessa efficacia persuasiva.

Inizialmente l’idea di un gioioso flashmob a Bologna non aveva altro obiettivo se non fermare la Lega prima delle prossime elezioni locali, facendo sentire un’opposizione forte dal basso, visto che il PD ha perso da tempo ogni contatto con la società civile, e visto che la Lega viceversa continua a fare ancora politica di base a contatto con la gente. Poi l’iniziativa ha incontrato il gradimento di molti e si è già arrivati ai flashmob in tutta Italia. Il fatto che la sinistra plauda alle sardine dà la misura di quanto sia ridotta allo sbando e si attacchi a qualsiasi nuova idea (anziché produrne) come se fosse l’ultima spiaggia. Da qui a perdere la rotta disorientati dalle sardine e restare definitivamente spiaggiati come balene è un attimo. Ma, sia detto fuor di retorica, una sinistra che alla politica vera privilegia dialettiche e strategie di comunicazione scorrette, proprio mentre predica un ipocrita bon ton formale nel dibattito politico, non è più sinistra.

Il manifesto delle sardine, pubblicato sempre il 21 novembre meriterebbe ulteriori analisi, ma ormai vi sarete annoiati abbastanza. Basti citare quell’incipit “Cari populisti, lo avete capito. La festa è finita” che fa il verso a “la pacchia è finita” di Salvini e abbassandosi ad un petulante scimmiottamento infantile. Di sicuro, i populisti non lo capiranno. Oltretutto i leghisti non si ritengono populisti (e molti di loro ignorano proprio il significato della parola stessa) per cui al massimo potranno rispondere: “Populista chi? Io sono leghista! Quindi non stanno parlando a me!”. A questo punto vien fatto di pensare che le sardine in realtà non vogliano proprio parlare ai leghisti ma casomai ad una sinistra tragicamente autoreferenziale che parla solo a sé stessa. Il manifesto prosegue con: “Avete approfittato della nostra buona fede, delle nostre paure e difficolta’ per rapire la nostra attenzione” facendo leva sui sentimenti come tutta la peggiore comunicazione volta alla persuasione e non al convincimento. E soprattutto: “Avete scelto di affogare i vostri contenuti politici sotto un oceano di comunicazione vuota“. Se non è comunicazione vuota questa… Ma anche soltanto sul piano della persuasione, come si fa ad abboccare a un amo che non ha nemmeno un’esca? Bisogna essere proprio delle sardine.