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Ci sono due cose che non sopporto. Le Parole Ostili. E le checche.

Caution Sign - Politically Correct Area Ahead

 

Viviamo un clima di buonismo e di disonestà intellettuale esasperati. Due elementi che già di per sé sono difficili da combattere, figuriamoci poi quando vengono uniti fra loro dal collante dell’ipocrisia: finiscono per costituire una miscela esplosiva capace di far deflagrare, per reazione, qualsiasi conflitto sociale latente. Il problema non è il conflitto in sé, ma il fatto che oggi esistono professionisti della persuasione, come ad esempio i lobbisti delle relazioni pubbliche, influenzatori di influencer oltre che della gente comune, capaci di “gestire” il conflitto e orientare la rabbia sociale verso obiettivi diversi, depistandola. E così, grazie alle loro strategie, ci si può ritrovare a fare la guerra su schieramenti opposti senza nemmeno capire perché siamo diventati nemici, a tutto vantaggio di gruppi di potere, minoranze politiche, ecc. Oppure, nella migliore delle ipotesi, ci si può ritrovare addosso una mordacchia buonista (e molti oggi la invocano) che impedisce proprio a quella conflittualità di esprimersi e possibilmente di farsi sentire:

«Non potete licenziarci così, maledetti infami bastardi! Perché???»

«Moderate i termini. State usando parole ostili».

«D’accordo… ahem (si schiarisce la voce) … di grazia, per quale motivo intendete risolvere in modo non consensuale il nostro rapporto di lavoro con la vostra stimata Azienda?»

«Così va meglio. Vi faremo sapere».

Fine dei giochi. Era solo un esempio per far capire che chi stabilisce il codice e le regole della comunicazione ha il potere in mano. Ecco perché le strategie del politicamente corretto interessano da sempre i politici e oggi anche le aziende: servono solo ad aggirare il conflitto senza risolverne le cause, ad anestetizzare ogni possibilità di dissenso (che è un diritto/dovere inoppugnabile) ma soprattutto a bloccare sul nascere ogni suo eventuale allargamento. Qualsiasi tentativo pedagogico in questo senso e qualsiasi regolamentazione dei comportamenti è solo e semplicemente una truffa politica, perché l’ostilità che c’è dietro alle “parole ostili”, quando non sono atto gratuito di cui debba occuparsi la giustizia, è una cosa seria, ha motivo d’essere. E rimane. Altro che, se rimane. Come fa notare Jonathan Friedman: «Il politicamente corretto rappresenta uno strumento di controllo nei periodi in cui nuove élite si contendono l’egemonia. La fragilità delle loro posizioni appena acquisite porta con sé la paura di esporsi e il bisogno di controllare la sfera pubblica. Un controllo strumentalizzato attraverso l’elusione del contenuto semantico delle questioni e mettendo invece in atto un discorso morale di classificazione attraverso un associazionismo basato sull’indessicalità delle affermazioni» (1). Ma così, compressa da una reductio ad bon ton, l’ostilità rischia di deflagrare in modo ancora più potente ritorcendosi contro tutti, anche contro chi ha avuto la bella idea di sposare questa filosofia.

La nuova Accademia del bon-ton

C’è in giro per la rete un manifesto contro le “Parole Ostili”, compilato da buonisti (e attenzione che qui, come dicevo prima, manca solo la disonestà intellettuale per fare massa critica, dopo di che può scatenarsi in qualsiasi momento una reazione a catena). In questo manifesto del politically correct si esorta ad abolire l’uso delle parole offensive “per rendere la Rete un luogo migliore, meno violento, più rispettoso e civile e responsabilizzare ed educare gli utenti a praticare forme di comunicazione non ostile”. Il manifesto della comunicazione non ostile “è un impegno di responsabilità condivisa per creare una Rete rispettosa e civile, che ci rappresenti e che ci faccia sentire in un luogo sicuro”. Ma “sicuro” per chi? E poi nella vita non esistono luoghi sicuri, pensate di cavarvela con un po’ di bon ton? Il decalogo si apre con il primo comandamento: “Virtuale è reale. Dico e scrivo in rete solo cose che ho il coraggio di dire di persona“. Ma ovvio! Un po’ meno ovvio sarà magari per gli ipocriti che continuano a predicare bene e razzolare male, però uno spera sempre che non arrivino mai a diventare maggioranza. Nel primo comandamento si intuisce una sottile tendenza del manifesto ad allargarsi e ad educare, attraverso la rete, anche i comportamenti nella vita reale. Ma cari buonisti, usare parole forti per rendere l’idea, quando proprio non vi entra in capoccia, non ha prezzo! Per tutto il resto c’è il Codice Penale. A che serve un altro codice di autoregolamentazione?

Qui qualcuno ha la coda di paglia

I primi firmatari del manifesto sono stati alcuni comunicatori in cerca di nuovi spazi di visibilità, ma soprattutto – ed è questa la cosa che balza agli occhi – una maggioranza di politici del passato governo appartenenti al PD. Cioè, precisamente quelli che hanno condotto l’Italia all’attuale disastro. Forse avevano bisogno di questo manifesto per arginare gli inviti ad andarsene affanculo che stavano ricevendo sempre più copiosi. È un’ipotesi, eh! E comunque sia, troppo tardi: ormai gli italiani ce li hanno mandati. Ma il manifesto rimane, per placare gli animi o, meglio, per prevenire altra conflittualità. Da adesso in poi, se dobbiamo litigare dovremo farlo con educazione: come dice sempre Michela Murgia, la democrazia si basa sul conflitto ma anche (toh! rispunta il veltroniano, ma anche!, espressione di ecumenico inclusivismo, almeno a parole) sulla condivisione di valori comuni. Va bene? Manco per il cazzo. Io ad esempio non ho nulla, proprio nulla da spartire con i buonisti. E rivendico la mia libertà di usare tutti i colori della tavolozza lessicale che ho a disposizione, colti o volgari, demodé o fighetti, pacati o aggressivi, densi o diafani, come stracazzo mi pare. Se fossi in voi, prima di accettare un “terreno comune” con i buonisti come quello del politicamente corretto farei ancora una domanda: «Dopo che ci siamo chiariti sulla forma, possiamo educatamente mandarvi affanculo sulla sostanza?» Perché la sostanza rimane, e cioè che devono andarsene affanculo.

Fatevi il vostro manifesto buonista!

Nella “società liquida” (2), tutto cambia continuamente, gli stessi valori di riferimento sono destinati a mutare. La gente si sente spaesata ed ha bisogno di qualcosa di solido su cui appoggiarsi. I valori che ci vediamo scivolare dalle dita come sabbia sono tantissimi. Ci vuole poco a creare una piattaforma per “promuovere” ciò su cui tutti sono d’accordo. È il marketing alla Catalano: si va da uno, gli si sottopone un argomento ovvio, agganciato ad una tematica sociale di cui tutti parlano e su cui non può non essere d’accordo (in questo caso gli hater e l’uso della rete), gli si dice: «Siamo d’accordo vero? Se lo ritieni importante come lo riteniamo noi, firma qui», e il numero dei firmatari aumenta. Dopo qualche tempo, politici, istituzioni, aziende, comunicatori, ma anche sfigati in cerca di visibilità, vanno a ingrossare le fila pur di non restare fuori, e gli organizzatori ottengono con poco sforzo il massimo risultato, e cioè l’immagine di una grandissima organizzazione che si batte per un nobile scopo sociale. Il resto arriva per inerzia, compresi i riconoscimenti ufficiali come la medaglia di Rappresentanza del Presidente della Repubblica (che personalmente avrei rispedito al mittente e non solo per motivi politici, anche perché terribilmente kitsch, ma evidentemente siamo diversi sul piano politico e quello dell’estetica), si sviluppa l’attività di formazione con formatori che vengono certificati dalla stessa organizzazione e non da organismi terzi (anche perché il “controllo qualità del buonismo” è materia ancora un po’ nebulosa). Poi arriveranno anche gli sponsor, e insomma da cosa nasce cosa. Beh, fantastico. In tempi di crisi, questa sì che è un’idea per creare lavoro! Fatelo anche voi. Ci sono un sacco di argomenti buonisti su cui battere, avete solo l’imbarazzo della scelta.

Ma insomma, a che serve “Parole Ostili”?

Perfino la Corte di Cassazione fa molta molta fatica a individuare se un termine abbia valore offensivo o meno (dipende dal contesto) e anche se l’intenzione con cui questo termine è stato usato è offensiva (non abbiamo ancora una giurisprudenza “telepatica”, che consenta di avviare un processo alle intenzioni). Posso dire a un amico «Vaffanculo, sei uno stronzo» con tono amichevole e lui capisce perfettamente quanto gli voglio bene nonostante una divergenza di opinioni, mentre in rete non c’è nessun modo di comprendere il tono con cui qualcosa viene scritto. Ma di che stiamo parlando allora? Di qualcosa di molto diverso. La tecnica è la stessa usata da Max Cipollino (Massimo Boldi) quando impersonava una macchietta che non era in grado di reggere un contraddittorio e, ad un certo punto, quasi piangendo (3), cercava di interrompere il discorso altrui chiedendo il rispetto di un preteso bon ton: «Per piacere! Per piacere! Tiri giù le parole!» (che probabilmente voleva dire «Abbassi i toni!»), un argomento debole grazie al quale, però, riusciva a spostare l’attenzione dai contenuti della discussione al tono con cui venivano veicolati. Qualcuno vuol farci credere che sia più importante il tono rispetto al contenuto. Ma se anche così non fosse, chi stabilisce di volta in volta quali parole debbano ritenersi offensive? Le parole possono variare il loro significato in relazione al codice di comunicazione, al senso che intendeva dare il mittente, al contesto, al rumore di quel contesto, perfino a ciò che capisce quella minchia del ricevente quando non capisce un cazzo (e magari si tratta di un comunicatore!).

Adesso posso dirlo? Non sopporto le checche. 

Spiego meglio. Io ho un’amica che si chiama Francesca, veramente insopportabile per i suoi atteggiamenti. Leziosa, smielata anche quando si sta parlando di cose serie, irritante nel suo tipico modo di gesticolare come un’oca giuliva, anzi come una caricatura grottesca di Marilyn Monroe che pure mi dicono fosse molto intelligente. Quando qualcuno inizia una disquisizione seria, Francesca dopo aver bamboleggiato un po’, atteggia la bocca a culo di gallina (si può dire “gallina”, vero?) come per dire «Uhhh… ma come siete seri!», e anzi a volte lo dice pure, lasciando intendere che non ha minimamente seguito il discorso. A quel punto, a chiunque verrebbe voglia di attaccarla al muro e prenderla a schiaffi, e infatti noto dalle espressioni dei presenti che si sforzano di non far capire di averlo anche soltanto lontanamente pensato. Poi, quando lei si stufa di ascoltare discorsi che non la interessano, si accomiata improvvisamente dicendo: «Allora io vado… Ciaoooooooooo…», e fa ciao come Sandra Milo (un altro idolo di Francesca) quando esce dal palcoscenico. Il problema è che dice «Ciaoooooooooo…» in quel modo anche quando ricompare, non importa se è in corso una riunione importante, oppure c’è un ospite di riguardo che non conosce. Lei dice «Ciaoooooooooo…», e scombina tutto. È imbarazzante.

Sì vabbè, e allora?

E allora, fra tutti i miei amici Francesca è comunemente detta “checca” (scrivo con la “c” minuscola perché nel linguaggio parlato non esistono le maiuscole e io sono un neorealista). E quando qualcuno si atteggia in quel modo grottesco e caricaturale gli diciamo: «Ma sei proprio una checca!». Se poi è anche un po’ nervoso specifichiamo: «Sei proprio una checca isterica!». Non credo che Francesca ci denuncerebbe per questo motivo, o che qualcun altro leggendoci sui social, si appellerebbe a “Parole Ostili” per stigmatizzare un insulto indirizzato a chissà chi: noi usiamo il termine “checca” in modo corretto e ben mirato. Se pensate che con questo termine noi ci si riferisca ad altro, è solo una vostra illazione. Francesca è nostra amica e non possiamo certo essere accusati di razzismo nei suoi confronti. Se poi qualcuno si offende personalmente perché si sente discriminato nel suo essere “checca”, sappia che anche lui con questi suoi comportamenti offende la nostra intelligenza: perché nessuno l’autorizza a fare la cattiva imitazione di Francesca. Chi è Francesca? Non posso certo rivelare il suo nome per via della legge sulla privacy, ma rifiuto categoricamente di essere accusato di avercela con quelle che voi intendete come “checche” perché questo è un problema soltanto vostro. Per me di checca ce n’è una sola. E come odio lei, odio anche le persone che le somigliano. Che siano donne o uomini, per me non fa alcuna differenza: non sopporto le checche.

Concludendo

Siete liberi di partecipare a tutte le iniziative inutili che volete, ai manifesti, alle carte dei principi, ai decaloghi come quello di cui abbiamo parlato, che non porteranno mai a un bel niente sul piano dei risultati. Dipende solo da quanto tempo avete da perdere. Ma visto che le parole sono atti (4), immaginate se venisse invece stilato un manifesto contro gli “Atti Ostili”, e voi andaste a sbandierare lo stesso buonismo pragmatico per strada anziché in rete: potrete invitare quanto volete la gente a usare atti cortesi, ma per strada continuerete ad essere sbudellati dalle baby gang che se ne fottono della vostra cortesia. Per quanto mi riguarda, non sono giovane e non appartengo a nessuna gang, ma anch’io amo sbudellare (dialetticamente) gli ipocriti che si fanno scudo dell’etica e sottoscrivono inutili manifesti che, fosse per loro, dovrebbero essere introdotti anche nelle scuole e nelle aziende. Ipocriti, perché i loro fatti agìti non sono affatto coerenti con le parole e i principi che sbandierano, come abbiamo visto recentemente (5). In un Paese in cui c’è una sempre più scarsa percezione della legalità e l’educazione civica come materia scolastica è stata abolita, riterrei più urgente introdurre a tutti i livelli un’educazione al Codice Civile e Penale e all’assunzione delle proprie responsabilità, molto più che una risibile formazione deamicisiana al buonismo e all’ipocrisia borghese. Ma vaffanculo, va.

 

P.S.: Combatto una battaglia contro la disinformazione e la manipolazione da tempi non sospetti, dal lontano 1995 (6), e credo che oggi più che mai sia necessaria un’educazione sulle forme scorrette di ragionamento e alle tecniche della persuasione. L’ho già fatto nei miei corsi all’Università La Sapienza di Roma, nei corsi di giornalismo della RSI, Radiotelevisione della Svizzera Italiana, nei corsi di aggiornamento dell’AIFA, Agenzia Italiana del Farmaco, e in vari master post laurea. Ma vista la gravità della situazione, sono disponibile a tenere seminari e workshop GRATUITI su tutto il territorio nazionale anche nelle scuole medie superiori, in piccole comunità o presso gruppi di amici, per insegnare a riconoscere le truffe dialettiche e i ragionamenti scorretti, e difendersi dalla manipolazione dei media, dei politici, e dei comunicatori. Non chiedo molto, mi basta il viaggio pagato e un bicchiere di vino per brindare insieme alla vostra salute mentale. E politica.

 

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  1. Jonathan Friedman, Politicamente corretto, Il conformismo morale come regime, Milano, Meltemi, 2018.
  2. Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Bari, Laterza, 2011 (cfr. anche: Zygmunt Bauman, David Lyon, Sesto potere. La sorveglianza nella modernità liquida, Bari, Laterza, 2014).
  3. Robert Hughes, La cultura del piagnisteo, La saga del politicamente corretto, Milano, Adelphi, 2003.
  4. John L. Austin, Come fare cose con le parole, Milano, Marietti, 1987 (cfr. anche: John R. Searle, Atti linguistici. Saggi di filosofia del linguaggio, Torino, Bollati Boringhieri, 2009.
  5. Serve una case history? Abbiamo assistito recentemente ad un vergognoso linciaggio del Presidente di Pubblicità Progresso da parte di sostenitori e firmatari del manifesto contro le “Parole Ostili” e altri membri della lobby dei lobbisti, la FERPI – Federazione Relazioni Pubbliche Italiana, che hanno chiesto le sue dimissioni semplicemente per aver espresso su Facebook a titolo personale un’opinione riguardo agli atteggiamenti da checca di due giurati della trasmissione RAI “Ballando con le stelle” (definendoli “una squallida caricatura dell’omosessualità che nuoce all’immagine di una scelta di vita che va rispettata”): e qui sia i supporter del bon ton, sia i portavoce FERPI hanno fatto una figura di merda epocale. Io non chiederei mai le dimissioni di qualcuno se non parla a nome della propria organizzazione. Se invece costoro parlavano per conto della FERPI si apre una questione politica di inaudita gravità. Gli uni dovrebbero restituire il “premio Nobel per il bon ton” presidenziale, gli altri potrebbero liberamente scegliere tra fare seppuku* o dare le dimissioni. Tornando al Presidente di Pubblicità Progresso, da ex membro del Consiglio d’Amministrazione RAI ed essendo quindi ben consapevole del ruolo pedagogico che ha la televisione, può aver legittimamente pensato che questi comportamenti possano essere diseducativi, sicuramente sul piano estetico e del buongusto. Ma mi rifiuto di sovrainterpretare il suo scrupolo attribuendogli magari l’idea che quei comportamenti possano essere una forma di “pubblicità a favore del cambio di genere”. Sono sicuro che non l’ha pensato: da vecchio pubblicitario qual è, sa benissimo che la pubblicità in nessun modo può modificare i comportamenti o le scelte di vita. Questo lo pensano (lo sperano!) solo quelli delle Pubbliche Relazioni, nel loro delirio di onnipotenza e fede nella manipolazione. E si sbagliano. Ma poi, anche se fosse, chi se ne frega se uno dopo aver visto queste persone in tv decide di diventare omosessuale, è una sua libera scelta! Basta che non divenga una checca! Per quanto riguarda l’altro aspetto subito rivendicato dai difensori della checchitudine senza se e senza ma, cioè quello del diritto delle famiglie omosessuali ad avere figli perfino con la fecondazione eterologa, come al solito si fanno facili semplificazioni che pretendono da una parte e dall’altra di risolvere il problema senza mai entrare nel merito: da una parte il diritto (tutto ancora da discutere) di avere figli tra genitori omo, e dall’altro il far finta di non capire che pure con un divieto il problema non viene risolto, creando un’ingiustizia ancora più grande: a beneficiare (si fa per dire) della fecondazione eterologa continuerebbero ad essere solo i ricchi che possono pagarsi il viaggio per andare nei paesi dove si può fare. Stessa cosa per l’aborto, che dev’essere e deve rimanere un diritto, checché (ops!) ne dica la Chiesa che gioca sporco attribuendo a coloro che lo difendono l’idea che lo usino come metodo contraccettivo. Io mi batterò fino alla morte perché anche la più retriva beghina cattolica possa esprimere la sua opinione. Ma mi batterò ugualmente fino alla morte contro l’ipocrisia e la manipolazione, affinché nessun gruppo sociale riesca a imporre la sua morale particolare al resto della società. E come dicono gli indiani nativi d’America, anche oggi è un gran giorno per morire. Ma prima gli stronzi, prego.
  6. Bruno Ballardini, Manuale di disinformazione, I media come arma impropria: metodi, tecniche, strumenti per la distruzione della realtà, Roma, Castelvecchi, 1995. (Dentro c’era anche un lungo capitolo sulle tecniche di disinformazione e manipolazione usate dalle Relazioni Pubbliche scritto proprio da un associato FERPI. È inutile che lo cerchiate, è esaurito. Ma tornerò presto sull’argomento).

* Termine corretto per indicare l’atto di “tagliare l’hara” (hara kiri), ovvero il suicidio rituale secondo l’etica (è il caso di ribadire, molto alta e fondata sulla coerenza) in uso all’epoca dei samurai. Altri tempi.